L’arte produce denaro? L’arte crea lavoro? L’artista è un lavoratore?


Se il denaro non produce più lavoro, il lavoro deve produrre benessere

L’arte produce denaro? L’arte crea lavoro? L’artista è un lavoratore?
Che cos’è un lavoratore?
Ecco alcuni interrogativi che da tempo animano il dibattito tra gli artisti e tra chi ruota intorno al mondo dell’arte. In questi giorni ci è sembrato utile pubblicare queste questioni sul nostro sito, con l’intento di stimolare una riflessione (aperta ai contributi di tutti), da una parte perchè l’articolo che vedete in questo link (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/09/17/vivere-gratis-al-mercato-del-no-cost.html) ha attirato l’attenzione di una socia Core, dall’altra perchè i nostri colleghi milanesi hanno realizzato un sondaggio sul tema che ci sembra davvero interessante. Con loro quindi, in una collaborazione che riteniamo importantissima, abbiamo condiviso lo spirito dell’iniziativa cercando di diffondere il più possibile il questionario stesso.

A tal proposito potete accedervi cliccando qui.

Di seguito invece pubblichiamo le riflessioni di Alessandra Giambartolomei (socia Core), scritte senza la pretesa di essere esaustive o definitive, ma piuttosto per dare un contributo ad un dibattito aperto.

“L’arte a fatica rientra nel circolo di produzione di denaro, a fatica consente di retribuire i suoi “lavoratori” , la danza per di più é la
Cenerentola delle Arti.
In questi anni Core effettivamente si é battuto per intervenire nel foro politico per poter uscire dall’invisibilità in cui è sempre stata
la danza e per provare a cominciare a cambiare le regole del gioco ed affermare la dignità dei “lavoratori” dello spettacolo. Sappiamo che il percorso é lungo e ricordo che Giovanna Velardi ha portato ancora nelle nostre prime riunioni a farci riflettere su come il danzatore e coreografo come piccolo imprenditore di sé stesso e della sua compagnia (parola “imprenditore” piuttosto scivolosa)  è probabilmente un lavoratore e che ha diritto che gli vengano riconosciute tutta una serie di istanze, dagli sgravi fiscali per l’acquisto dei costumi, alle indennità di malattia, etc

Ma oggi che il concetto di lavoro e di lavoratore è più che mai in crisi, ha senso continuare a battersi per il riconoscimento del
danzatore/coreografo all’interno di una categoria che è già morta? Che cosa dobbiamo chiedere al “sindacato”, se esiste? Per cosa ci dobbiamo battere?

Condivido gli sforzi finora fatti, ma mi chiedo: invece di rimanere in fondo alla gerarchia dei lavoratori (ricordiamoci che a Pomigliano d’Arco sono state violate molte delle  garanzie sindacali acquisite in cento anni di battaglie dei lavoratori), non é il caso di  aspirare a un nuovo “status”?

Allora dico: Se io artista lavoro gratis (perché di fatto è così), allora mi dovete
fare campare gratis!
Voglio dire che forse una civiltà evoluta (evoluta appunto) può immaginare di vivere in una rete di scambi non di natura commerciale
dove il dono della danza offerto alla collettività potrà essere “ripagato” da un altro dono.

8 Risposte su “L’arte produce denaro? L’arte crea lavoro? L’artista è un lavoratore?”

  1. Condivido appieno quello che scrive Alessandra e devo dire che mi piacerebbe molto di più immaginare e il mio fare, se si può chiamare arte, sganciato da logiche economiche, che poi sono strettamente connesse a logiche di potere, per farlo ritornare a essere quello di un “dono”, non trovo parola migliore di quella che lei ha usato, perchè in fondo un artista non dona se stesso agli altri cercando dentro le pieghe più nascoste di sé?

  2. Giovanni scrive:

    Ciao e complimenti per aver parlato di questo tema caldo sul vostro sito ufficiale!
    La provocazione “mi fate danzare gratis, quindi mantenetemi” è interessante! Personalmente sono più per: “pagatemi quando danzo, e al resto ci penso io”.
    Qualche giorno abbiamo postato un video che parla di questo tema e riflette un po’ quest’altra prospettiva. Ecco qui il link:
    http://www.studio28.tv/temi/politica/io-voglio-essere-pagato-e-tu

  3. costanza scrive:

    Vorrei rispondere in modo provocatorio se me lo consentite.
    E se alla gente non importasse niente delle pieghe nascoste e nessuno fosse disposto a guardare dentro di sè?
    Mi spiego..
    Credo che il problema dei lavori non pagati sia trasversale a tutte le categorie da chi produce sedie a chi produce cultura.
    E’ il senso di produzione che vorrebbe essere capovolto ma ahimè viviamo in un sistema capitalistico (e lo dico senza retorica)
    basato su domanda e offerta. Quello del “dono” mi sembra più un sistema comunista e se vogliamo essere realisti è qui che ci dobbiamo confrontare.
    Ci sono tanti bellissimi esempi di scambi come le banche del tempo dove ognuno mette a disposizione le proprie conoscenze, la propria professionalità in cambio di altra.
    Ma mi sembra più l’effetto di una società in crisi e non la spinta propulsiva per un nuovo ordine.
    Ho mal di testa, prendo una pillola, ma cosa devo fare per non farmelo più venire?

    Mi sembrano molto interessanti le domande poste da Alessandra:la categoria danzatore/coreografo è morta? per cosa vi dovete battere? e poi quale potrebbe essere questo nuovo status?

    Non sono un’artista e non ho risposte degne di questo nome neanche nel mio campo, credo solo che questa corsa al ribasso e la svalutazione del costo del lavoro non faccia altro che produrre contratti a progetto a 600 euro mese, perchè pur di lavorare siamo disposti anche a farlo gratis.

    • sara scrive:

      Fatti non foste a viver come bruti…

      Interessante quanto scrivete e quanto sollevate. Cosi profondamente attuale che, come dice Costanza, può riguardare in modo trasversale l’intero panorama lavorativo. Quello che credo, per il settore della cultura e per quello della produzione di un bene finito, è che la concezione del lavoro nel nostro paese sta cambiando, in un modo che non possiamo permettere. Voglio dire che per nessun motivo un lavoratore può permettere che la propria vita e la propria dignità vengano postposti al concetto della produttività. Dobbiamo assolutamente tornare all’idea di un mondo e di un paese più giusti, dove l’eguaglianza sociale non sia un miraggio, dove la bellezza e la cultura siano principi fondanti su cui costruire il vivere sociale. Pensare di soccombere alle leggi del mercato, dove non si è più cittadini attivi, ma meri consumatori, trasforma ogni individuo in poco più di una macchina. Ciò è tanto più vero, se l’artista cede al ricatto della produttività e crede di non essere degno dell’appellativo di lavoratore. L’immenso apporto alla crescita di una società che l’arte ci da è insostituibile, se non da chi ci vuole più ignoranti perchè più facili da governare. L’artista in questo senso ha un’enorme responsabilità e, a mio avviso, mai dovrà abdicare alla sua funzione o smettere di lottare accettando di essere relegato all’angolo della creatività che oscilla senza pace tra due estremi inaccettabili: quello dell’intrattenimento di individui-consumatori e quello di geni incompresi e senza voglia di comunicare.
      A questo mi appello e vi chiedo, da fruitrice dell’arte: interrogatevi su quali strumenti siano necessari affinchè la vostra forma espressiva sia così incomprensibile da allontanare il “profano”. Assumiamoci ognuno le proprie responsabilità e proviamo ad aprire canali nuovi per “educare” all’arte contemporanea. Se ci rendessimo conto che il regresso culturale del nostro paese è davvero insopportabile, ci sembrerà meno difficile accettare di fornire qualche chiave di lettura prima dell’inizio di uno spettacolo. Un modo per avvicinare, includere e stimolare una libera riflessione su ciò che si fruisce, scongiurando l’idea che in un mondo di ignoranti solo in pochi possano comprenderci.

  4. Giuseppe scrive:

    sono molto d’accordo con Costanza quando sostiene che “il problema dei lavori non pagati sia trasversale a tutte le categorie da chi produce sedie a chi produce cultura.” nel senso che cavalco favorevolmente questa nota di trasversalità da lei suggerita – pur consapevole che il suo discorso verteva su altro – per sottolineare l’importanza di far rientrare normalmente e non eccezionalmente, un prodotto culturale all’interno di logiche economiche, dunque il contrario di quello che afferma Stefania. Il concetto di dono nell’ambito culturale performativo (perchè nelle arti visive se parli di dono, ti mangiano vivo!) ha pisciato fin troppo fuori dal vaso – excuse my french! – determinando il grosso problema del lavoro non retribuito che ci assilla. Quello che intendo dire è che la ‘sacrilità’ teatrale è stata fin troppo strumentalizzata fino ad arrivare a farci accettare qualunque tipo di condizione lavorative ed è quella che ci frega e ci identifica in una categoria comunque diversa dalla categoria ‘sedie’, per rispondere a Costanza. In economia si dice che “i mercati, di solito, sono efficienti”: in altre parole, se si venisse a sapere che un’università stipa i suoi studenti in aule troppo piccole, lasciando vuote quelle grandi, il numero di iscrizioni diminuirebbe, e gli amministratori rischierebbero il licenziamento. Il <> universitario reagirebbe in modo da costringerli a gestire l’università in maniera efficiente. Ora mi chiedo: perchè nelle arti performative non succede questo? Anzi…nonostante si sappia che un determinato teatro e-o festival non garantisce cachet, comunque i danzatori si propongono!! A mio avviso è’ tempo forse di sanare la categoria e creare un mercato più serio, altro che fuoriuscire dalle logiche economiche! Osserviamo cosa succede nelle arti visive, anche quelle più concettuali ed iperbolicamente più complesse: eppure si riesce in quell’ambito a darsi un valore sia artistico che economico non indifferente!

  5. Giuseppe scrive:

    scusate, non so cosa sia successo, ma tra le virgolette avevo scritto la parola ‘mercato’ e non è apparsa una volta pubblicato il commento…spero si sia capito ugualmente il senso dell’ultimo periodo. grazie

  6. [...] nostro sito e che ha riscosso in voi particolare attenzione essendo un tema “caldo”. L’arte produce denaro? L’arte crea lavoro? L’artista è un lavoratore? da questi quesiti partiamo per questa specie di concorso che punta a prendere spunti per una nuova [...]

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